Editorialisti

28 Agosto 2017

La rinascita di Venezia

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Con la costruzione di un’opera edilizia permanente come la candida pavimentazione dell’intero isolato Casino-Palazzo del Cinema, la Mostra di Venezia sembra voler riaffermare in modo ancor più concreto il consolidamento della propria rinascita artistica nonché il conseguente, oggettivo, forte rilancio internazionale.

 

Ricordate? Fino a qualche anno fa c’era il famoso “buco”, la voragine che in origine doveva essere destinata a ospitare la metà sotterranea del “nuovo palazzo” del cinema, in realtà rivelatasi in fretta come una ferita gravissima all’immagine stessa del Festival. Una lesione ancor più lacerante perché inutilmente autoinfertasi dalla stessa Mostra, visto che proprio in quegli anni Gian Luigi Rondi mi confidava: «Bastava che i progettisti s’informassero. Lì sotto l’amianto ce l’avevamo messo proprio noi della Mostra, quand’ero presidente della Biennale, e dovemmo toglierlo dai tetti di Cà Giustinian (sede della Biennale sul Canal Grande, nda)».

 

Oggi, al contrario, l’edificazione e il consolidamento delle strutture cinematografiche della Biennale in un unico isolato, ben delimitato e distinto dalla parte residenziale e marina del Lido, dà effettivamente un senso di maggiore solidità non solo architettonica all’intera manifestazione, troppo spesso vittima di passerelle architettonicamente singolari, villaggi-ospitalità prefabbricati, alberi tenuti su con lo scotch. È come se, insieme alle tante bianche traversine di cemento che trasformano la piazza del Casinò e l’antispazio del Palazzo in una vera e propria “prospettiva”, si fosse concretizzato anche il nuovo e maggior prestigio con cui la Mostra ha surclassato Cannes da almeno due o tre anni. Alimentando tra l’altro la leggenda internazionale che, almeno da Il cigno nero in avanti, i film che aprono Venezia, o comunque nel calendario ufficiale, poi prendono l’Oscar, ultimo caso: La La Land.

 

Ci sarà chi obietta che al Lido quegli stessi film non prendono premi significativi o quasi, il che è altrettanto vero (Emma Stone di La La Land l’anno scorso era un’eccezione, non certo la regola). Ma in realtà il problema è un altro. Più sono belle le strutture, più vanno rispettate dagli ospiti e dal loro abbigliamento. Altro che bermuda, abiti spezzati, maniche di camicia. Lo smoking dev’essere obbligatorio. Per citare Sordi: «Quegli stessi che nel ’68 dicevano che lo smoking era fascista, poi andavano a Cannes ed erano i primi a metterselo, altrimenti non li facevano entrare». Impariamo una buona volta anche noi?

Antonello Sarno

Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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