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Sto ultimando le riprese del mio nuovo documentario, titolo di lavorazione Senza tetto né leggi (ma a me piace anche Noi c’eravamo) prodotto da Rai Cinema, Rai Teche ed Istituto Luce su un argomento che, letteralmente, mi è “esploso” tra le mani lavoro facendo. E cioè la storia delle battaglie, vinte e perse, che il cinema italiano ha intrapreso dalla prima grande adunata collettiva del 1949 a piazza del Popolo, a Roma (obbiettivo: la fine dell’invasione dei film americani desiderosi di dominare nelle nostre sale dopo 15 anni di autarchia fascista) fino allo sciopero del 22 novembre. Era cominciata come un documentario che traeva le sue radici dal passato, e sta finendo come un film che si fonda sul futuro, cioè su quello che deve ancora succedere. Certo è che prima o poi dovremo finire di girare e cominciare a montare, anche se ovviamente la sfida è quella di realizzare un documento che non invecchi il giorno dopo l’uscita. Le immagini entusiasmanti sono un diluvio (da brivido, tra l’altro, un comizio di Di Vittorio al Colosseo, nel 1953, davanti alla piazza gremita da autori e registi, all’epoca molti più degli attuali “Cento”), le 39 interviste realizzate (insieme a Steve Della Casa) in circa un anno di riprese anche. Si va dai testimoni della primissima stagione di lotta, quella che vide riuniti tutti i comparti dell’industria cinematografica per chiedere i primi provvedimenti post-fascisti al governo De Gasperi, fino a quelli dell’occupazione del red carpet all’ultimo festival di Roma. In altre parole, si va da Giulio Andreotti (che ci ha rilasciato la sua ultima intervista, guarda caso, proprio su questo argomento. Un documento eccezionale che fa coppia con la prima intervista dell’allora sottosegretario allo spettacolo alla settimana Incom, nel 1947) a Carlo Verdone e Carolina Crescentini. Insomma, se c’era una possibilità di una storia orale delle lotte del nostro cinema, bè, abbiamo cercato di sfruttarla al meglio, cercando una linea narrativa nel rispetto della storia, ma al contrario. Cioè, partendo proprio dagli ultimi, convulsi giorni di lotta per risalire al motore iniziale di questa situazione. Da tutto ciò, traggo per ora soltanto tre provvisorie considerazioni, passibili di cambiamento durante il montaggio, che si preannuncia titanico. E cioè che, in buona sostanza, i grandi sindacati sono rimasti sempre più nell’ombra, lasciando autori, attori e registi a combattere le loro battaglie al punto che le redini delle trattative coi governi, soprattutto ai produttori, che investono i loro soldi nel cinema, mentre gli altri ne traggono salari, cachet ed onorari. La seconda nota riguarda la linea generale che gli investitori e i capitalisti del cinema italiano hanno adottato. E cioè basta con la poltica dei contributi e e dell’assistenza a pioggia, che non solo non serve ma che ci ha portato a questo punto, e avanti con pochi ma chiari provvedimenti di sostegno a patto che siano fissati nel territorio legislativo al riparo dalle tentazioni di tagli sforbiciate da parte di questo o quel governo. Di diverso tono i commenti raccolti dagli artisti, soprattutto, dai quali emerge un’altra tendenza secondo cui, in breve, lo Stato deve continuare a finanziarie lo spettacolo nelle sue varie forme e manifestazione intenendo questo impegno come una garanzia di libertà espressiva ed intellettuale del Paese. Recentemente è venuto a mancare Gian Mario Feletti, storico direttore della sezione de Credito Cinematografico e Teatrale della BNL, che per decenni ha mantenuto il monopolio della gestione dei finanziamenti statali allo spettacolo. L’abbiamo intervistato insieme a Francesco Ventura, che non ha bisogno di presentazioni, seduto sulle “pizze” degli articoli 28 da entrambi finanziati, secondo la legge 1213. Un’intervista forte e matura.
Al suo ricordo è idealmente dedicato il nostro film.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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