LA POLITICA E' DA "SCARICARE"
Siamo ancora in attesa di sapere dal Ministro degli Interni, Roberto Maroni, qual è la sua intelligente proposta alternativa alla Hadopi (da lui considerata inadeguata) per sconfiggere la pirateria digitale. L’infelice e gravissima uscita di Maroni - anche perché non nuova, trattasi di recidivo - dice molto della cifra della politica italiana in tema di tutela della proprietà intellettuale. In pochi se ne occupano o se ne sono occupati; e comunque quei valorosi hanno sempre incontrato sul proprio cammino mille ostacoli. Le istituzioni si muovono spesso con ritardi elefantiaci e senza mai concretamente prendere in considerazione (ad esempio) la drammatica ricaduta sul piano dell’occupazione di questo dilagante fenomeno. Non avessimo fresco fresco e a portata di mano l’esempio della risolutezza dimostrata dalle istituzioni in Gran Bretagna (leggete l’articolo all’interno di questo numero), Francia, Svezia e Spagna rischieremmo con queste parole di fare la figura dei Don Chisciotte. Invece, ormai la fotografia è chiara. Anzi, deprimente. L’Italia nella lotta alla pirateria è rimasta un’isola. Infelice.
Gli unici organi esterni al nostro settore a interessarsi alla lotta alla pirateria sono i magistrati e le forze dell’Ordine che pure giungono a risultati importanti (anche di questo ne parliamo dettagliatamente nelle pagine a seguire). Risultati che però rimangono pezzi disorganici di un quadro in cui l’illegalità viene ignorata, tollerata se non (vedi appunto il gentile contributo del nostro ministro dell’interno) addirittura quasi esaltata. La situazione è davvero grave, ma non è seria, direbbe Ennio Flaiano. Viene però anche da chiedersi se è legittimo dare sempre e unicamente la colpa all’immobilismo delle istituzioni oppure se sia opportuno che l’industria della cultura e soprattutto il settore dell’entertainment non debbano recitare un mea culpa e riflettere sulla loro cronica debolezza nel rapporto con la politica. Sulla loro incapacità di mostrarsi compatti e far valere il peso di un settore industriale che, pure, genera ricchezza, e che, ad esempio, contribuisce grazie al cinema italiano a promuovere il Made in Italy all’estero. Ma che, svuotati costantemente di risorse in questo modo vedono messa a rischio quotidianamente la loro sopravvivenza. Il mercato dell’home video, lo sappiamo, è fortemente attaccato dal file sharing e dallo streaming illegali ma dimostra, lo si comprende leggendo l’andamento del primo trimestre, di poter dare delle risposte incoraggianti in presenza di titoli forti, di quegli eventi che fanno tornare il consumatore in negozio. L’andamento stabile (per cui positivo, data la congiuntura) di un segmento come quello dei megastore, ideale punto di incontro tra offerta ricca, servizio, specializzazione e proficua gestione degli eventi ci fanno capire le potenzialità che ancora l’home video può offrire. Con una pirateria arginata entro limiti tollerabili saremmo qui a parlare anche del rental come anello tuttora strategico della filiera. Ma, purtroppo, le cose non sono così; poche, pochissime realtà riescono ancora a fare numeri tali da considerare questo un business remunerativo. Non si può pensare di delegare a una manifestazione pur lodevole di negozi specializzati come quella programmata per fine aprile a Roma - mentre il giornale è in distribuzione quindi - il compito di salvare il noleggio dalla pirateria.
Forse però siamo ancora in tempo, ma i segnali che il nostro settore deve dare sono urgenti e devono essere forti. Devono avere l’obiettivo di ottenere risultati concreti come accade all’estero. Abbiamo - e non da oggi - un nemico in più: la brutta politica. Che andrebbe, quella sì, “scaricata”. Gratis, ovviamente.

















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