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L’ultima edizione dei David è stata paradossale. Sui verdetti, per quanto molto particolari se non originali (i premi principali divisi tra tre film, il vincitore del miglior film che prende molti meno premi di un altro titolo), non ci sono state contestazioni: le scelte sono state variegate ma sono condivisibili o apprezzabili. Eppure, sin dalla vigilia, si è polemizzato su una giuria pletorica e poco rappresentativa. Il presidente Gian Luigi Rondi, in realtà, in trent’anni alla guida del prestigioso premio ha saputo costruire un’accademia numerosa e molto più rappresentativa che in passato. Anche se è vero che ci sono alcuni “vip” che probabilmente di cinema non sanno molto, e anche qualche parente di personaggio illustre (sugli autisti dubitiamo, ci sembra una battutaccia di un escluso eccellente). Confidiamo nell’equilibrio del presidente per tener conto di certe lamentele senza disperdere la ricchezza di contributi diversi. Ma ci sembra indiscutibile che da anni i verdetti finali siano giusti, o quanto meno legittimi: scandali non ne avvengono (come invece anche nei festival principali, con giurie di pochi registi e attori che dovrebbero essere preparatissimi…). Insomma, la polemica ha qualche fondamento ma ci sembra un po’ curiosa. Piuttosto, ci sembra che qualcosa vada ripensato nel modo di proporre l’evento David al pubblico. Se della cerimonia al Quirinale con il presidente della Repubblica sui tg si vedono solo una lunga serie di saluti e accenni di cerimoniali lontani, la trasmissione in differita sulla Rai (e in diretta solo su RaiSat, che ovviamente ha un impatto e un’audience molto più ridotte) relega la premiazione a un evento di secondo piano. Un segno, ovviamente, del disinteresse del servizio pubblico (alquanto malandato). Ma è anche vero che il cinema in Italia (in generale) non sa “vendersi”. E sì che siamo in un momento in cui il cinema piace molto, agli spettatori e agli investitori privati. Possibile non riuscire a coinvolgere sponsor, rapporti, personaggi (anche presentatori) in grado di trasformare quella che dovrebbe essere la grande serata del cinema italiano in un evento notevole? Non diciamo come gli Oscar (il divismo hollywoodiano è ovviamente un’altra cosa). Però insomma, qualcosa di più ce lo possiamo meritare, no?

Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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