In un momento di crisi finanziaria globale, che richiede a governi e popolazioni scelte difficili, non è facile parlare di sostegni alla cultura. Ma è comunque doveroso farlo, perché di fronte a tante parole si vede davvero la considerazione che uno Stato ha per un ambito della vita del Paese fondamentale da vari punti di vista: educativo, sociale, economico. Perché sostenere la cultura, in particolare settori maggiormente industriali come cinema e home video, significa spingere sullo sviluppo. Certo è che sono sempre meno tollerati, in questo frangente, sprechi o anche solo finanziamenti non prioritari. Ne è conscio il settore cinematografico che, con grande senso di responsabilità nel suo complesso, non sta chiedendo la luna ma solo la possibilità di non soccombere. E la prima misura, urgente e fondamentale, in questo senso è il rinnovo degli incentivi fiscali – tax credit e tax shelter – che solo quest’anno sono entrati davvero a regime e sono già considerati imprescindibili da tutti, a partire dai produttori. In scadenza a dicembre, da mesi si parla di un rinnovo unanimemente ritenuto necessario e tecnicamente non complesso. Si forniscono dal Ministero rassicurazioni continue, ma finché non va in porto è giusto rimanere in fibrillazione. E se devono essere obiettivi da perseguire lo sviluppo del product placement nei budget ma anche il contenimento dei costi (l’impressione è che a volte il peso dei “talenti” non tenga conto di un realismo, a fronte di entrate incerte) e la valutazione più severa delle potenzialità dei singoli prodotti (certi film rimangono fuori da ogni logica, che non sia il favore a un produttore, un regista o un interprete), è anche vero che, a fronte di un Fondo Unico dello Spettacolo in costante diminuzione e con una quota cinema sempre più ridotta, servono altre risorse. Anche perché sembra prevalere l’idea di sostenere solo opere prime e seconde e promozione (festival soprattutto) con gli scarsi fondi a disposizione. Bisognerà inventarsi qualcosa, come vari esponenti politici e di associazioni stanno dichiarando a Box Office in questo numero e nel precedente. Sembra che si faccia strada l’idea di una proposta “dall’interno” del settore, senza aspettare invano soluzioni dalla politica. Anica e Agis, in particolare, puntano a portare nei prossimi mesi al governo una proposta unitaria, anche allargata ad altri soggetti: cosa che sarebbe un grande segno di maturità delle categorie. Emergono tre ipotesi, al momento: e se la tassa di scopo o prelievo di filiera, anche nella sua versione “ridotta” a cinema e home video (evitando di illudersi su televisioni e provider, che non ci sentono), sembra perdere consensi, cresce quella che punta a un aumento del prezzo del biglietto cinematografico, con accantonamento delle somme generate in un fondo che dovrebbe sostenere il cinema italiano e l’esercizio (per digitalizzazione e rinnovo locali, per esempio). Entrambe le proposte ci convincono poco: sono entrambe forme di autotassazione, che presuppongono un generale consenso nel settore che ci sembra arduo raccogliere (se pur nobili, quelle finalità da sostenere potrebbero – a torto o a ragione – non interessare ). Senza contare che, nel secondo caso, ci sarebbe da considerare il malumore del pubblico per l’aumento dei prezzi, per quanto rimasti bassi negli anni. Più interessante ci sembra la strada dell’abbassamento dell’Iva: politicamente la più impervia, perché si deve convincere una classe politica finora poco interessata, della scelta a favore dell’intrattenimento culturale; forse tecnicamente non semplicissima, ma idealmente la migliore. Perché costringe lo Stato a decidere se il cinema ha davvero un valore, come nessuno finora ha negato espressamente. Se si portasse al 4% – come quella dei libri, cui è giusto puntare a essere equiparati – l’Iva sul biglietto (oggi al 10%) e sui dvd (adesso al 20%), si potrebbero da un lato liberare risorse immediate all’home video, comparto strettamente connesso al cinema, che potrebbe trattenerle; e dall’altro creare comunque un fondo per produzione ed esercizio. Poi si dovranno comunque stabilire criteri e modalità di gestione. Ma è l’unica misura che, garantendo nuovi fondi, al tempo stesso tenga conto della libertà di impresa, del valore culturale del cinema e degli obblighi dello Stato verso di esso.
Malgrado la crisi, è doveroso parlare di sostegno alla cultura
Antonio Autieri
Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.
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