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Bondi e il settore, ci vorrebbe un altro ministro

Temperatura calda, anzi rovente. Non è il bollettino meteorologico di un’estate arrivata in ritardo, ma lo stato dei rapporti tra il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi e una parte del mondo del cinema (e della cultura). Se alcuni settori – l’ambito artistico, ovvero registi, attori, autori – hanno preso subito di petto Bondi, fin dal suo ingresso al Ministero due anni fa, a causa di un evidente pregiudizio e di una presa di posizione politicizzata, il mondo delle associazioni e dell’industria (l’Anica, l’Agis) ha sempre collaborato con Bondi. Periodicamente, ci si allarmava per i tagli al FUS, per il blocco del tax credit o dei fondi all’esercizio; ma poi, superata l’emergenza, la tensione rientrava. Quella parte più “matura” del settore ancora oggi è disposta ad ammettere quanto ottenuto in questo biennio, a cominciare dagli incentivi fiscali: peraltro, inseriti in Finanziaria durante il governo Prodi e con il ministro Rutelli. Ma difesi prima dai blocchi “tremontiani” e poi dalle ottusità in sede europea da parte di Bondi e della sua squadra di funzionari e tecnici (su tutti, l’allora direttore generale del cinema Gaetano Blandini e l’attuale direttore Nicola Borrelli). Ma i dubbi sull’operato del ministro, e ancor più sull’approccio verso il settore cinematografico, aumentano. Dubbi che sono frutto dell’accumulo di tensioni, di due anni difficili di rapporti con le varie categorie: non solo per questioni di leggi o strumenti che si promettono ma non arrivano (che sia la legge di sistema o l’Agenzia del cinema o il Centro Nazionale Cinematografico: promesse che nessuno in Italia mantiene da decenni) o di finanziamenti tagliati (la crisi perdurante non aiuta), ma anche per alcune polemiche nate da sue dichiarazioni spesso improvvide o gratuite. Ultimo, l’attacco al festival di Cannes dopo la presentazione del documentario antigovernativo Draquila (cui Bondi ha regalato grande pubblicità); ma anche le repliche alle dichiarazioni di Elio Germano nella serata finale (un ministro non avrebbe cose più serie da fare?). Senza contare la “sparata” contro gli artisti accattoni, le derive “brunettiane” contro artisti “rossi” e spreconi cui chiudere i rubinetti e così via. In una deriva inquietante e poco liberale. Sui finanziamenti, per esempio, l’immagine che il ministro dà di sé è di un dominus che decide cosa concedere o togliere ad artisti più o meno meritevoli e in genere ingrati: immagine statalista e più vicina a regimi che certo Bondi non stima. Un governo liberale, invece di creare nuovi ostacoli, dovrebbe permettere a chi crea o fa impresa di poter lavorare in tranquillità, con automatismi “neutri” e strumenti per lo sviluppo, con investimenti mirati ma tesi alla crescita. L’impressione è però di un ministro ormai prigioniero di un rapporto teso con un mondo che non ama, e comunque concentrato più su incombenze diverse: sulle altre attinenti al Ministero (i Beni Culturali sono ambito troppo vasto, lo spettacolo e il cinema non possono ottenere le dovute attenzioni) e sulle responsabilità politiche. In questi due anni Bondi ha mantenuto il doppio ruolo di ministro e di coordinatore del PDL. E sempre privilegiando il secondo. Ci sarebbe tanto bisogno, invece, di un ministro a tempo pieno, competente e appassionato. Carlo Verdone ha lanciato un nome impossibile: Giampaolo Letta, che non ha ambizioni politiche e invece ama il suo mestiere di manager (peraltro di un’azienda di Berlusconi: si griderebbe all’ennesimo conflitto, mentre il paradosso è che anche Medusa è danneggiata dai tagli del governo…). Il profilo di un ministro ideale però sarebbe quello, di un uomo che ama o rispetta la materia, la conosce, si fa rispettare. Per questo non succederà mai… Ma temiamo che con Bondi – che pure qualche risultato lo ha portato a casa – non si riuscirà a ricostruire un rapporto di collaborazione fattiva. Una persona saggia e responsabile come lui dovrebbe tenerne conto. E, non avendo mai avuto pregiudizi su di lui, lo diciamo con la massima tranquillità e convinzione.

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Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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