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VIRTUAL PRINT FEE ALL'ITALIANA

L’innovazione tecnologica del parco sale italiane è un aspetto molto importante, che a Box Office sta a cuore. Da alcuni anni rimarchiamo la necessità di operare una profonda trasformazione accelerando la “rivoluzione” digitale, che comporterebbe risparmi e opportunità per tutto il sistema. E se il 3 D, ulteriore occasione – e oltre tutto di immediata possibilità di business – per il mercato, è però solo uno strumento e per di più non per tutti (ha senso solo per certi film), la conversione digitale interessa tutti. Come hanno ben compreso perfino piccole sale di provincia, sale della comunità (“parrocchiali”, secondo la vecchia definizione) e soggetti come Digima e Microcina che con queste lavorano. Tra le opportunità, i contenuti alternativi che hanno visto diffondersi un’interessante nicchia nella programmazione di opere liriche, che hanno suscitato un buon interesse del pubblico. E non è da sottovalutare la possibilità di maggiori sbocchi sul mercato per i distributori e produttori indipendenti, sgravati in futuro dal pesante e costoso sistema su pellicola. Ma, come noto, sono anni che questa rivoluzione procedeva “a gambero”, un passo avanti e due indietro. Dietro ad alcuni pionieri, che hanno investito di tasca propria, il grosso dell’esercizio – grandi circuiti compresi – era perplesso su un sistema che vedeva gli investimenti a carico delle sale e i risparmi a favore dei distributori. Nei ragionamenti a livello internazionale sul problema si faceva strada l’ipotesi di una partecipazione, in qualche modo, della distribuzione ai costi dell’operazione. La soluzione escogitata negli Usa, ma seguita anche in altri territori, è il cosiddetto “virtual print fee”, con un terzo attore esterno alla filiera (una società finanziatrice), che però non piaceva ai soggetti italiani: il timore è che si aprisse la strada al concetto che altri avrebbero potuto disporre dei meccanismi, e delle scelte, decisionali. Insomma, meno padroni in casa propria. È questo il motivo che ha portato prima alla costituzione di un consorzio (che trattasse per tutti gli associati con produttori di proiettori digitali, con la distribuzione e con soggetti finanziari scelti), e poi a un tavolo tra esercizio e distribuzione che, anche a fronte della crisi finanziaria internazionale, potesse individuare una strada italiana alla soluzione dell’impasse. I discorsi si sono velocizzati nelle ultime settimane, anche a causa dell’avvento e della diffusione del 3D, che rischia – secondo molti esercenti – di far diffondere il digitale in maniera “drogata”: se, per poter avere la nuova tecnologia, molti gestori e proprietari di cinema si buttano sull’investimento delle apparecchiature digitali (il primo necessario passo) salta lo schema della compartecipazione ai costi. Per fortuna, in questa occasione gli attori del mercato stanno dimostrando grande maturità e apertura mentale: è notizia recente di un ulteriore passo in avanti verso un accordo tra le associazioni di esercizio Anec e Anem e i distributori Anica. Si tratterebbe di un virtual print fee “all’italiana”: come trovate nella notizia a pag. 8: i distributori, che hanno superato il proprio scetticismo e resistito alla tentazione di “fare bingo” grazie alla corsa al 3D, accettano l’idea di pagare una certa cifra (la proposta al momento è di 600 euro) alla sala che richiede una copia in digitale, per contribuire alla sua trasformazione. Un punto di discussione sarà la percentuale di copertura dell’investimento da parte della distribuzione (il 75%?) e come contribuire a chi ha già investito sulla propria sala. E come considerare nella partita i contributi statali ed europei che dovrebbero arrivare per il digitale all’esercizio? Ma al di là dei dettagli, è da sottolineare la grande novità – anche a livello internazionale – della trattativa. Che, se andasse in porto, diverrebbe un modello per altri Paesi (alcuni già se ne stanno interessando). E dimostrerebbe che, quando c’è la volontà di raggiungere un positivo compromesso utile a tutti, l’Italia può essere all’avanguardia: grazie al talento e alla creatività dei nostri manager e imprenditori e alla notevole elasticità che ci contraddistingue. Qualità che non mancano agli operatori del nostro mercato, di cui essere orgogliosi. Box Office fa, evidentemente, il tifo per questo accordo, che auspichiamo sia chiuso quanto prima.

Commenti

E' un piacere...

E' un piacere essere, a quanto vedo, il primo a commentare un editoriale di AA su questo rinnovato sito di e-duesse.it di cui ricordo, molto bene, la prima versione andata online. Non può che essere un bene che il sito si apra ai commenti e agli interventi dei lettori, spero che piano piano anche altri strumenti del dialogo online diventino una consuetudine.

Buon lavoro

Davide Dellacasa

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Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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