Editorialisti

07 Luglio 2017

SCOMMETTIAMO CHE?

share Linda Parrinello

È finita come doveva finire, come finiscono molte cose all’ombra del cavallo di Viale Mazzini. Il tetto ai compensi degli artisti? Tutto come non detto: chi ha avuto continuerà ad avere e buonanotte al secchio. Così, dei talent che lavorano in media - nella migliore delle ipotesi e con i dovuti distinguo - sette mesi l’anno, si troveranno ad avere cachet anche quattro volte superiori agli stipendi di un direttore generale (et similia), il quale gestisce un’azienda di 13mila dipendenti per 12 mesi su 12. Come dire? Oltre al danno, la beffa. Ma di ciò avevamo ampiamente detto in precedenza su queste pagine, e non intendiamo ritornare sul tema. In più, vien da dire, contenti loro, contenti tutti.

 

La questione di fondamentale importanza è piuttosto un’altra. E cioè che si può essere ragionevolmente certi che nulla rimarrà del - a tratti rabbioso, a tratti stralunato - dibattito sull’assenza di una competente strategia di scouting all’interno del servizio pubblico. Ricordate? Se ne sono dette di ogni: creare delle accademie, fare selezioni mirate per programmi appositi, mettere a punto una strategia editoriale che privilegiasse i progetti che coinvolgono i giovani. Si volevano gli agenti fuori dalla Rai affinché la smettessero di dettare i palinsesti, imponendo i loro pupilli e stabilendo i prezzi di mercato: di fatto creando una sorta di “cartello”. E invece? Invece, si può scommettere qualsiasi cifra che nulla di questo verrà fatto. Gli oltre 40 artisti che hanno giubilato alla scomparsa dei tetti continueranno a occupare ogni spazio pregiato, mentre i loro agenti seguiteranno a dare le carte ai direttori di rete, a loro volta spesso in balìa di certi componenti della Vigilanza che di televisione poco sanno e sapranno mai. Dall’altra parte, non se ne può fare neanche una colpa a talent e agenti, se sono stati così abili da accaparrarsi lo spazio che le varie dirigenze hanno lasciato loro liberi di prendersi.

 

La verità è che all’interno del servizio pubblico si crea ogni volta un corto circuito che ha come unica funzione quella di espellere ogni corpo estraneo: qualsiasi cosa si faccia per innovare la macchina, per modificarne il meccanismo di funzionamento, viene talmente messo in discussione, stritolato, masticato e ributtato da chiunque pensa di averne titolo, che alla fine non se ne fa nulla. E se si fa, si fa male, perché è tronco e snaturato. Basti vedere la - decisamente brutale - fine che ha fatto Campo Dall’Orto, e vi ricordate le sorti del progetto Newsroom di Gubitosi? Anche un manager che bene ha fatto altrove, Flavio Cattaneo, in Rai ha avuto vita difficile. Quindi, non ci si può stupire più di tanto per il nulla di fatto sui vituperati tetti, ma fa specie che sia stata addotta come alibi la presunta vittoria delle cosiddette “logiche industriali”, per una circostanza in cui di logico e di industriale (nel senso strategico del termine) pare esserci ben poco.

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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