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Senza rete - Nuovi ruoli

 

C’è qualcosa che viene prima di qualsiasi legge ed è la consapevolezza della funzione sociale del proprio mestiere, in questo caso quello di banchiere. Questo ruolo, centrale nella rete delle relazioni economiche, è sempre stato rivestito da colui che presta soldi assumendosi il rischio non di vederseli restituire. I germi della crisi finanziaria consistono nel cambiamento radicale del mestiere di banchiere, che non si è più assunto il rischio e lo ha trasferito ad altri. Così è diventato un intermediario che guadagna non sugli interessi sui soldi prestati, ma sulla quantità di prestiti erogati. Già, la quantità. A due anni dallo scoppio del caos ancora nessuno sa quanti siano gli strumenti tossici in circolazione, chi li abbia e quanto tempo occorrerà per smaltirli. Secondo alcune stime esistono, in tutto il mondo, strumenti rappresentativi di mutui e altre forme di debito per almeno 40mila miliardi di dollari. Secondo altri i derivati in circolazione sono pari a 12,5 volte il Pil del mondo. Una grande fetta di responsabilità nella creazione di questa massa di denaro virtuale è proprio di questo nuovo tipo di banchiere, il “banchiere 2.0” al quale importa poco che il cliente paghi o meno le rate del mutuo perché quelle rate non le versa a lui. Di conseguenza il “banchiere 2.0” è disposto a concedere prestiti non solo a chiunque, ma ai peggiori pagatori perché è da loro che si guadagna di più. Per il “banchiere 2.0” il cliente migliore è diventato il peggiore pagatore.
Ciò che, quindi, occorre non sono nuove regole o nuovi divieti, ma una più chiara definizione del ruolo e della funzione di ognuno degli attori della scena finanziaria. Occorre, detta più chiaramente, che fin dalle aule universitarie vengano formati manager consapevoli della responsabilità che andranno ad assumere una volta entrati nel circuito economico. Che l’imprenditore faccia l’imprenditore e guadagni dai propri prodotti e non dalle speculazioni finanziarie, che il banchiere faccia il banchiere e non l’intermediario, che il finanziere faccia il finanziere e non il procacciatore d’affari. E che, soprattutto, gli economisti tornino a fare gli economisti guardando un po’ di più la realtà e un po’ meno l’estasiante perfezione delle loro teorie. Che funzionerebbero, se solo gli uomini le seguissero.

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Marco Cobianchi


Marco è giornalista economico del settimanale Panorama e collabora con Business People dove tiene la rubrica/editoriale Senza rete. E' anche autore di alcuni libri, l'ultima fatica letteraria ha per titolo Bluff, perché gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente (Orme Editori)


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