No, non è certo questa la manovra correttiva che le imprese e gli italiani si aspettavano. E non è ciò che serve al Paese. E non è questo il governo che ci si attendeva: litigioso, capace solo di porre veti e mai di sostenere una decisione comune. Un esecutivo impacciato che, anziché rassicurare, genera preoccupazione era impossibile che producesse qualcosa che avesse un respiro più lungo di uno starnuto. Ed è quello che è avvenuto: quando non si riesce a pensare in grande, ci si arrabatta per non scomparire. Mentre andiamo in stampa, dopo l’ennesimo ritocco a quella che fu la manovra tremontiana, non è chiaro se sia stata confermata l’ipotesi del tetto al 62,5% per l’abbattimento delle perdite societarie in maniera tale che le aziende pagheranno tasse sul restante 37,5%, ovvero su soldi che non incasseranno mai e sui quali hanno già versato l’anticipo del 20% di Iva. Mentre è certo che il furbo ricorso al pronunciamento delle leggi costituzionali per il taglio definitivo a province e parlamentari, rimanda a oltranza provvedimenti che avrebbero dovuto essere al contrario velocemente assunti.
La verità è che quella partorita ad Arcore dal duo Berlusconi-Bossi è una manovra che non va in direzione della crescita né del Paese né delle aziende, e delude profondamente chi tutti i giorni si mette in gioco. Inutile dire che ciò che ci si aspettava da un governo che ama definirsi liberale, era una forte discontinuità nella presenza dello Stato nell’economia, anche attraverso tagli ancora più consistenti alle spese dei ministeri (quelli promessi sono solo annunciati), dismissioni del patrimonio immobiliare e delle partecipazioni in aziende non strategiche per il Paese. Tagli ancora più netti alla burocrazia, nonché uno snellimento delle procedure è ciò di cui si sente urgente bisogno: occorre partire dal principio che gli italiani sono persone oneste e che vessarli con controlli non serve a rendere il sistema più efficiente. Poi, se qualcuno sbaglia, su di lui cada la mannaia giudiziaria e fiscale, ma bloccare un Paese con la burocrazia per evitare che qualcuno truffi o sprechi danneggia tutti gli altri. Difficile comprendere come un governo liberale tutto questo non inizi ad attuarlo, e come non riesca a capire che è sui 400 miliardi di euro che compongono il fatturato annuo dell’economia sommersa che avrebbe dovuto abbattersi la manovra. E la cosa più grave è che non si individua alcuna proposta sul tavolo, né da parte del governo né dell’opposizione, di riforme serie: ad esempio, in materia di lavoro e liberalizzazioni, né sugli incentivi per convogliare investimenti privati sulle opportunità che il nostro Paese è in grado di offrire. Uno per tutti? Il patrimonio ambientale e culturale che tutto il mondo ci invidia.
Vito Sinopoli
Nato a: Rho (MI) il 15/03/1964.
In Editoriale Duesse da: sempre.
Esperto in: NIENTE.
Quando non scrive su Business People si occupa di: sto con i miei ragazzi, leggo fumetti, vado al cinema, sento musica e vedo gente.
Cosa gli piace: mia moglie, correre, frequentare mostre e musei, la musica black.
Non ama: i moralisti, i giornalisti tromboni, i reality, i logorroici.
Il film rivisto più volte: IL PADRINO.
L'artista musicale preferito: Stevie Wonder e David Bowie.
Il libro: le lettere di Berlicche (CS Lewis)
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