Marchionne è intelligente, preparato e anche furbo. Quando ha avuto la certezza di aver vinto la partita di Termini Imerese, incassando il nulla osta del governo alla chiusura (a Roma si vaglia la dozzina di proposte d’acquisto della fabbrica), ha rinunciato agli incentivi auto per il 2010. Ricordate? «Decisione condivisa», aveva detto il presidente del Lingotto Luca Cordero di Montezemolo conscio del fatto che quest’anno la Fiat venderà 350 mila auto in meno. Se Termini avrà un nuovo futuro lo sapremo tra qualche mese. Ma intanto non è da sottovalutare la possibilità che la Fiat, forte della enorme fetta di mercato che l’aspetta negli Usa, nell’Europa dell’Est e in Sud America, decida, magari tra qualche anno, di spostare ancora parte della produzione all’estero. Marchionne però ha alzato l’asticella: accusa il governo (non solo questo, immaginiamo, ma tutti i suoi predecessori) di non avere una politica industriale per l’auto. Non sappiamo bene che cosa significhi una “politica industriale per l’auto”, ma sappiamo che manca in generale una politica industriale, una visione strategica per lo sviluppo di tanti settori: dall’auto al design, dalla filiera agroalimentare alle nuove fonti di energia passando per le infrastrutture fisiche e virtuali. Non si tratta di dare all’economia di un Paese un rigido indirizzo – tra la richiesta di una “politica industriale” e la realizzazione di un’economia dirigista il passo è breve. Si tratta piuttosto di individuare, tra le mille possibilità che un Paese ha per crescere e svilupparsi, quelle più in linea con la sua storia, le sue tradizioni, i suoi punti di forza e il suo futuro. In questo senso sì, è vero, non c’è nessuna politica industriale. Perchè se ci fosse, non saremmo, per esempio, il Paese europeo con la più bassa penetrazione di fibra ottica. Se ci fossero stati gli 800 milioni di euro promessi per la banda larga (a proposito, ci sono ancora?) sarebbero già stati spesi. E avremmo anche evitato di ingarbugliarci in una dialettica con Telefónica, dalla quale non possiamo che uscire peggio di come siamo entrati.
Vito Sinopoli
Nato a: Rho (MI) il 15/03/1964.
In Editoriale Duesse da: sempre.
Esperto in: NIENTE.
Quando non scrive su Business People si occupa di: sto con i miei ragazzi, leggo fumetti, vado al cinema, sento musica e vedo gente.
Cosa gli piace: mia moglie, correre, frequentare mostre e musei, la musica black.
Non ama: i moralisti, i giornalisti tromboni, i reality, i logorroici.
Il film rivisto più volte: IL PADRINO.
L'artista musicale preferito: Stevie Wonder e David Bowie.
Il libro: le lettere di Berlicche (CS Lewis)
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