30 Aprile 2009

La storia di Filmòpoli

share Antonello Sarno

L’ho annunciato sul palco delle Giornate Professionali, a Sorrento, e intendo mantenere la promessa. Tra i miei prossimi intenti giornalistici c’è, salda come un faro nella notte, l’idea di dedicare un libro, e se sarà possibile anche un film-documento, a quel paio d’anni (1994-1996) che videro la nascita, lo sviluppo e l’archiviazione di quell’ultimissimo, tardivo e secco ramo di Tangentopoli che, infatti, fu denominato Filmòpoli. L’inchiesta partì dalla denuncia su una possibile irregolarità relativa all’assegnazione dei finanziamenti pubblici erogati dalla Commissione Centrale Cinema, pletorica quanto si vuole, ma i cui oltre 30 componenti erano previsti dalla legge allora vigente (la famosa 1213 del 1965 e successive modificazioni). Certo è che i film in questione, quelli per così dire “pietra dello scandalo”, non erano artisticamente delle pietre miliari, tanto è vero che si trattò di opere prime che tali rimasero, anche se i registi si chiamavano Marina Ripa di Meana (Cattive ragazze), Anna Carlucci (Chi mi crede?) e Roberto D’Agostino (Mutande pazze). L’inchiesta, condotta dal pm Adelchi D’Ippolito, gettò in quel periodo di bulimia mediatica di scandali e fango un’ombra cupissima sull’eternamente periclitante reputazione del cinema italiano. Il quale, a dire il vero, aveva già ingurgitato finanziamenti pubblici in tutte le sue filiere, non accorgendosi forse che i tempi dei “contributi a pioggia” (poco a tanti: cioè quel tipo di erogazioni che, si diceva, non servivano a niente ma intanto creavano un “appeasement” nel microcosmo, talvolta ferocemente rissoso, del nostro cinema) stavano cambiando, e drasticamente. È interessante, approfondire, ricordare e, dal mio punto di vista di giornalista, raccontare quegli anni perché mai come in quel momento emerse la giustezza della vecchia ma ancora attualissima definizione che Dino Risi dette del cinema italiano: “Un’attività che sta a metà strada tra l’orologeria di precisione e la tratta delle bianche”. Alcuni episodi francamente divertenti, altri seri, alcuni drammatici.

Su tutti, uno. Il destino dell’allora direttore generale del Ministero Carmelo Rocca il quale, destinato per legge a presiedere la Commissione inquisita, fu privato di tutto, dai beni materiali all’onore personale, fino all’assoluzione completa. Esito felice che gli permise di tornare al suo stesso Ministero, nel frattempo ingranditosi e trasformatosi negli attuali dei Beni Culturali, con la superqualifica appositamente per lui istituita di “Segretario Generale”, come dire direttore generale dei direttori generali. Già minato da una grave malattia, Rocca restò in servizio solo per poco tempo, per poi spegnersi in seguito. Ennesima vittima dell’ingiustizia e soprattutto della gogna mediatica in un settore, il suo, cui aveva dedicato tutta la vita, che d’immagine vive, essendone il mercato fondamentale? Forse sì, o forse no.

Di questa vicenda, della storia dei finanziamenti pubblici al cinema, dal dopoguerra ad oggi, delle loro inevitabili storture, ma anche e soprattutto dei pregi di un sistema che ha contribuito a fare della cinematografia italiana, almeno fino a tutti gli anni 60, la più importante del mondo, ecco, di questo vorrei occuparmi.

Proprio adesso che, con i recenti successi internazionali e la tenuta anche in periodo di crisi del mercato interno, il cinema italiano dimostra di meritare nuovamente una grande attenzione.

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