Come già per la promozione, di cui parlavamo nello scorso numero, c’è un altro tema su cui si scaldano gli animi appena gli incassi calano: le window. Il trimestre nero di inizio 2012, peraltro seguito da un buon mese di aprile (che però non ha migliorato gli umori), ha ridato fiato a ipotesi estreme per modificare gli assetti delle finestre di uscite a seguire del theatrical, dall’home video in crisi alle tv (pay e free), dai servizi on demand a quelli online ancora in fase sperimentale. Il tema è serio, e andrebbe affrontato con la consapevolezza che il mondo sta cambiando, che le prese di posizione dogmatiche fanno male al mercato e che trovare soluzioni corrette costa fatica e disponibilità ai sani compromessi. Ma anche che il tempo non lavora a favore: se è vero che è sbagliato farsi prendere la mano da un calo degli incassi per ora episodico e non strutturale (certi recenti, ottimi, risultati come le partenze di film diversi, vedi Titanic 3D, To Rome with Love e The Avengers, fanno pensare che il cinema ha ancora un folto e variegato seguito), non si può mettere la testa sotto la sabbia e non vedere che certe situazioni sono anacronistiche. Come accettare che, per film non più in circolazione al cinema (a volte dopo pochi giorni o settimane), l’unica soluzione per vederli sia illegale, con il download o lo streaming? O che i film arrivino in tv così tardi (10-12 mesi in media la pay, due anni la free tv) e sperare, o pretendere, che le tv riprendano ad acquistare i film come prima? Alcune proposte choc (peraltro già sentite in passato) di uscite in contemporanea tra sala, tv e Internet lasciano il tempo che trovano, perché sono frutto di superficialità e non di ipotesi ragionate e testate; se vogliamo distruggere il parco sale italiano, già oggi provato da mille problemi, facciamo pure… Ma è lo stesso esercizio, grandi circuiti inclusi, che deve comprendere che la strada del confronto e di una soluzione condivisa tra tutti gli attori del mercato – che contemperi gli interessi di tutti, revisione delle percentuali comprese – sia l’unica forma di salvaguardia del proprio lavoro e del proprio business. È vero, sono considerazioni già fatte in passato. Ma le cose cambiano in fretta: le evoluzioni tecnologiche e dei costumi spingono soprattutto le giovani generazioni non tanto all’illegalità (quella è una conseguenza, favorita dal lassismo di regole e controlli) ma a un’impazienza nel consumare il prodotto che si può non condividere e anche stigmatizzare, ma di cui sarebbe un suicidio non tenere conto. Se il cliente, come dice un noto adagio, ha sempre ragione, ai potenziali clienti futuri – anche quando vorrebbero esserlo davvero, in modo onesto – è giusto dare risposte serie. E quindi proposte commerciali veloci, di qualità, a prezzi corretti. Non si tratta, per capirci, di togliere spazio a film che dimostrino di poter rimanere in sala per mesi, ma di ipotizzare strade diverse per varie tipologie di prodotto. Altrimenti, l’alternativa sarà davvero finire a guardare tutti – in un futuro non lontanissimo – i film sul computer, sul tablet o dove sarà. I veri nemici della sala cinematografica non aspettano altro: dice niente che gli stessi gruppi editoriali che suonano la grancassa del cinema in crisi o moribondo (con la colpevole, seppur involontaria, complicità delle autoflagellazioni di un settore che si abbatte fin troppo ai primi insuccessi) si stiano organizzando per far diventare le proprie piattaforme online un canale di contenuti anche audiovisivo? Una volta è il talk show politico, un’altra la vetrina di un film di nicchia… In futuro basterà poco per “saltare” la sala (come si è fatto talvolta, anche con le pay tv) e uscire in anteprima sul web, magari con l’ausilio di uno sponsor. Ipotesi legittime, e a volte magari anche interessanti da testare. Ma a lungo andare, si potrebbe pensare – e qualcuno già lo afferma – che sarebbe più veloce e capillare questo “altro” modo di distribuire i film. Buttando all’aria un sistema formidabile, per coinvolgimento sociale ed estetico. È questo che vogliamo?
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