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Una lobby invincibile?

Se qualcuno si era illuso sulle forze in campo nella battaglia contro la pirateria, che danneggia il cinema e gli sfruttamenti successivi alla sala, le vicende pre estive dovrebbero avergli aperto gli occhi. Ricordate? Dopo mesi ad aspettare i pronunciamenti dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, che coraggiosamente aveva preso in mano il “dossier” pirateria proponendo serie misure anche contro i siti esteri che favoriscono atti criminosi contro il diritto d’autore, il mercato ha dovuto registrare prima gli assalti dei difensori della “Rete libera”, in buona o malafede; poi le minacce, esplicite o sotterranee, contro l’Agcom che ha dovuto ammorbidire il suo schema; peraltro portato a termine (e questa è una vittoria, anche se parziale) ma sottoposto a un confronto pubblico nei prossimi mesi. Di positivo c’è anche la preventiva richiesta di esame a livello europeo, per evitare stop dalla UE come fu per la legge francese. Ma cresce il sospetto che da qui a novembre – termine per audizioni e pareri in vista dell’emanazione di una norma – e poi nel successivo passaggio parlamentare le manovre per affossarlo si intensifichino. Speriamo non abbiano la meglio. L’Autorità presieduta da Corrado Calabrò, gliene va dato atto, ha messo tutto il suo impegno in questa battaglia che va a toccare interessi e soggetti potenti. Ma se gran parte della politica, in modo bipartisan, osteggia una seria legge antipirateria, c’è poco da fare.
Che la lobby “pro pirati” sia potentissima lo si intuisce anche dalle campagne di disinformazione cui si prestano anche media e giornalisti, ahinoi, che dovrebbero approfondire argomenti magari poco conosciuti invece che amplificare le “veline” fatte circolare ad arte. Come giudicare altrimenti certe notizie false di blog e siti internazionali senza credibilità, riprese acriticamente anche da importanti quotidiani italiani? L’ultima occasione è stata un presunto studio segreto svolto in Germania che sosterrebbe (su basi scientifiche risibili: gli stessi utenti di un sito di film in streaming…) che vedere opere coperte da copyright favorisce il consumo legale: sarebbe in pratica solo un’anteprima di film che il consumatore poi andrà a vedere al cinema o acquisterà in modo legale. Lo studio sarebbe rimasto segreto perché l’industria tedesca del cinema, che lo avrebbe commissionato, l’avrebbe seppellito per evitare boomerang… Morale? La solita: quei loschi figuri dell’industria cinematografica tramano contro la libera espressione della Rete.
La pirateria aiuta il cinema? Dieci anni fa si poteva sorridere per tali affermazioni. Oggi, di fronte a perdite evidenti, tutto ciò costituisce un danno grave all’industria. Che forse non se ne accorge neppure. Di certo, in un momento di crisi generale che si fa sentire duramente nel settore cinematografico (nonostante numeri complessivamente positivi) e audiovisivo, occorrono azioni più forti di quelle rimaste finora velleitarie. A una lobby bisogna contrapporre un’altra lobby se non della stessa forza almeno credibile: per il cinema, solo alcuni soggetti hanno lavorato per far sì che Agcom vincesse la sua battaglia, e non c’è affatto compattezza su tale materia. Per recuperare il Fus scendono in campo produttori, distributori, esercenti, artisti. Per ottenere norme serie contro la pirateria, chi lotta davvero?
Infine, condividiamo il parere di chi pensa che non basti un’opera repressiva (peraltro molto debole, in Italia), ma occorra mettere in atto politiche commerciali alternative, per offrire soluzioni legali. Qui si sfocia nell’annoso dibattito sulle window, già sollevato anche di recente su queste pagine. Ma limitiamoci alle offerte reali sul web o altre nuove piattaforme. Che ne è del progetto Legal Bay di cui si parlò già due anni fa? Cosa si sta facendo per coinvolgere i grandi soggetti delle telecomunicazioni – provider ma anche piattaforme tv digitali – per trattare su offerte davvero innovative? L’immobilismo, per cui sul piano politico si perde e su quello commerciale non si procede, sarebbe a lungo andare mortale.

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Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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