Editorialisti

01 Dicembre 2016

CINEMA ITALIANO. MA I PRODUTTORI CI CREDONO?

Stefano Radice

Che situazione paradossale sta vivendo il cinema italiano. Questo è l’anno del successo clamoroso di Quo vado? che ha battuto ogni record di incassi, ma anche dei grandi e sorprendenti risultati di Perfetti sconosciuti e de La pazza gioia. Per non parlare della sorpresa di Lo chiamavano Jeeg Robot e della bella affermazione di Veloce come il vento. E invece ci troviamo di nuovo a parlare di crisi, o di grande difficoltà del cinema italiano. E non potrebbe essere altrimenti, visto che da settembre in poi il nostro cinema non è proprio ripartito e stenta ogni giorno. Tanti i film usciti, ne abbiamo contati venti, da inizio settembre ai primi di novembre, e nessuno che si sia affermato con nettezza al box office. E molti dei titoli usciti avevano alte ambizioni di box office. Problema di valore dei film? Colpa di un pubblico sempre più distratto? Difficile trovare le risposte. Hanno faticato sia le commedie che i film più seri. Diciamo che l’intasamento nelle uscite, con week-end da 10-12 film a settimana, non ha aiutato certo il percorso commerciale del cinema italiano (ma in molti casi anche internazionale).

Forse bisogna iniziare a fare altre riflessioni, partendo anche dalla nuova legge cinema. Una cosa è certa, il nostro mercato non è più in grado di assorbire i 200 film italiani che si producono ogni anno: non ci sono le sale, gli spazi, il pubblico. Auspichiamo che la nuova normativa, con l’importante novità dell’automatismo dei finanziamenti pubblici alla produzione, porti alla realizzazione magari di meno film ma con budget più solidi in grado di imporsi maggiormente sul mercato. Perché una delle vie da seguire sembra proprio questa: meno film italiani ma più forti. La legge permetterà di andare in questa direzione? Oppure finirà con l’incrementare i film prodotti? Però, al di là dei budget con cui sono realizzati i film, quest’anno ha insegnato che contano, e molto, le idee. Il pubblico ha bisogno di novità e belle storie, come dimostrano gli incassi della prima parte dell’anno, e queste non si trovano grazie ai meccanismi di legge o ai budget. Bisogna lavorare sui nuovi talenti, farli crescere. Ci vuole tempo, certo, ma è l’altra strada da percorrere insieme a quella di produzioni più solide. Sarebbe un peccato sprecare quanto di positivo il cinema italiano ha costruito in questi anni, con registi, autori e film che si sono imposti all’attenzione internazionale, ideati già con l’ottica di andare oltre i confini nazionali. Di bei film ci sarà sempre bisogno. L’importante è che siano i produttori italiani a crederci. Ma siamo sicuri che sia così? Questa è una provocazione, certo. Però, a un interessante incontro al MIA di Roma su cinema e serie Tv, un produttore affermato e serio come Riccardo Tozzi ha dichiarato che quando inizia a lavorare al progetto di un film si sente «come in un deserto senza energia» e che, se da una parte c’è l’industria delle serie Tv che cresce e si internazionalizza, dall’altra, c’è quella del cinema sempre più locale e frazionata. Ecco, non vorremmo trovarci di fronte a produttori cinematografici che dedicano sempre più tempo, energie e risorse alle serie Tv a scapito dei film. Ci si dirà che è tutta l’industria ad andare in quella direzione e che, inevitabilmente, la sala cinematografica sarà sempre meno centrale. Può anche essere vero ma se i primi a demotivarsi o ad allontanarsi dal cinema, inteso come grande schermo, sono proprio i produttori, allora per il prodotto italiano rischia di diventare veramente notte fonda. E non ce lo possiamo permettere.