L’ora dei fatti

È indubbio che il ministro Giancarlo Galan viva ancora con il settore una “luna di miele”, come si definisce negli Usa il rapporto – nei primi 100 giorni di mandato – per i presidenti con l’opinione pubblica. In occasioni ufficiali in cui è presente volentieri (al contrario del predecessore Sandro Bondi) da ministro dei Beni Culturali, raccoglie se non consensi impossibili – visto il contesto politico – quanto meno simpatia; nei convegni e negli incontri di settore, incassa plausi per le sue prime mosse per il cinema. Niente di clamoroso, ma dopo essere entrato in carica solo con la certezza che i tagli saltassero e il tax credit fosse rifinanziato (ma i meriti erano soprattutto di Gianni Letta), ha dimostrato decisione nel sostenere l’industria e un approccio positivo da tifoso del cinema italiano. Considerando la forte colorazione politica, opposta, della parte artistica (e non) del cinema e del ministro stesso, non era facile.
Ora però sarebbe logico aspettarsi uno scatto: non facile, con la crisi economica del Paese e la debolezza del Governo. Ma da una personalità di spessore come Galan ci si aspetta qualcosa in più di ricorrenti, e ormai incomprensibili, polemiche sull’asse Venezia-Roma; ovvero i rispettivi festival. Che il cuore del ministro batta per Venezia è scontato: è veneto, è stato presidente di Regione per 15 anni e già in quella veste polemizzava duramente con il festival romano appena nato. Ora però ha un incarico diverso: e se è giusto ribadire l’importanza strategica della Mostra di Venezia – ma ce n’è ancora bisogno? Nessuno, dopo le prime tentazioni “veltroniane”, mette in discussione il suo ruolo – e quindi i finanziamenti prioritari per il primo festival italiano, per la Mostra c’è bisogno di altro che di avvocati difensori e tifosi ultrà, ma di strutture più adeguate, nomine celeri e ragionevoli (sarebbe auspicabile una riconferma del duo Baratta-Müller), autonomia dalla politica. Quanto a Roma, perché non smentire con forza le illazioni, magari strumentali, di tagli al già risicatissimo finanziamento statale (appena 250.000 euro), destinato peraltro a Business Street e non al festival? Se c’è un aspetto sicuramente virtuoso di Roma, è proprio il mercato, apprezzato dagli stranieri: che senso avrebbe colpirlo? Solo per calcoli geopolitici? In ogni caso, le sue polemiche sono riuscite a unire il fronte romano, bipartisan, da Alemanno e Polverini a Zingaretti.
Altra polemica incomprensibile è avvenuta, proprio a Venezia, con il collega dello Sviluppo Economico Paolo Romani definito “maleducato” per aver partecipato al convegno Anica “Banche & Cinema”. E quindi reo di aver sconfinato nel territorio dei Beni Culturali. Una scelta giusta, invece: alle aziende cinematografiche l’ambito culturale sta stretto; per politiche di ampio respiro occorre un lavoro con chi si occupa di sostegni all’industria e alle piccole e medie imprese (appunto il dicastero di Romani) e, se si vuole affrontare anche il nodo dolente dell’export, anche con il Ministero degli Esteri. Anzi, Galan prenda l’iniziativa e – incalzando Romani, che ha annunciato un tavolo per il cinema con ministeri competenti, imprese e associazioni – convochi presto esponenti del mercato e colleghi di governo per stabilire una road map per obiettivi limitati ma certi. E poi ci sono le scelte su Cinecittà (dopo le nomine dei vertici, c’è da ridisegnare la mission), la carenza di cinema al Sud (perché non ideare forti incentivi fiscali ad hoc, magari collegati ai fondi europei, per chi con i cinema porta occupazione in aree depresse?), le difficoltà delle sale tradizionali (perché non ragionare con la conferenza Stato-Regioni e le associazioni su un piano di misure da indicare agli Enti Locali, per salvare questo patrimonio economico e culturale?). Di fronti aperti ce ne sono parecchi. Insomma: le dichiarazioni di principio vanno bene, ma servono soprattutto i fatti. E non le polemiche inutili. Chi scrive non ama seguire il facile vento dell’antipolitica e di chi è contro la “casta”: ma non se ne può più di una politica inconcludente. Galan ha la possibilità di lasciare un segno. Ma lo farà davvero? Non c’è molto tempo: la legislatura volge già, temiamo, al termine.

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Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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