Pensare in grande, lavorare tutto l’anno

Che l’autunno non sarebbe stato facile, nel confronto con l’anno passato, lo si sapeva. Soprattutto per il cinema italiano: nel 2010 ci fu il boom di Benvenuti al Sud, quest’anno non c’erano titoli di quel calibro. Meglio forse andrà per il paragone con l’altro recente, e ancor maggiore, film da record: a gennaio, a un anno dall’exploit di Che bella giornata (e di Qualunquemente e Immaturi), usciranno comunque film forti come Immaturi - Il viaggio, Posti in piedi in Paradiso e Benvenuti al Nord, più A.C.A.B e, a febbraio, Com’è bello far l’amore (in 3D). Il punto è che i confronti a breve giro di posta contano poco: le statistiche portano pesanti ma prevedibili “segni meno”; più serio, invece, considerare problemi generali. Come il fatto che per il cinema italiano la stagione non solo non si è allungata come per i film made in Usa (ormai escono d’estate anche prodotti per bambini, grazie a Toy Story 3, Cars 2 e alle uscite di fine agosto come i vari Shrek e Kung Fu Panda), ma addirittura arretra. Il nostro cinema lavora in un calendario ridottissimo: si parte a gennaio con un trimestre in genere molto forte, si rallenta di colpo ad aprile e si va in vacanza a maggio, a meno di forti titoli a Cannes che possano uscire in contemporanea (non lo ha fatto il film di Paolo Sorrentino, che ha seguito strategie internazionali). Fino a riemergere a settembre sperando in colpi veneziani (ma quest’anno hanno prevalso i colpi di sole…), in quella che però è sempre più una lotteria, in cui tanti concorrono e uno o due – se va bene – trovano il biglietto vincente. Tra ottobre e novembre si tornano a proporre pellicole commerciali, con buone o ottime possibilità, fino ad arrivare al ricco periodo natalizio (sempre che non si incappi in un’annata storta dei nostri comici…). L’impressione è che le strategie non siano ancora al passo di numeri straordinari, da fantascienza fino a pochi anni fa (la quota italiana è sempre sopra il 30% e punta addirittura al 40%). Si produce con maggior fiuto commerciale, favoriti da una nuova generazione di autori e registi, dagli incentivi fiscali e dai riscontri del pubblico; ma si tralascia di ottimizzare il calendario, mettendo per esempio in cantiere film pensati per il periodo estivo. Dopo il doppio esperimento Medusa con due film dei Vanzina, l’estate è tornata un deserto per la nostra produzione. E invece con po’ di coraggio e decisione, ce la si potrebbe fare: opere che hanno dimostrato di poter conquistare il pubblico, meglio ancora di alcuni blockbuster americani, non potrebbero far bene in un periodo che, proprio grazie ai titoli hollywoodiani, ha dimostrato di essere ormai quasi “normale”? Oltre tutto, dar respiro al calendario vorrebbe dire ampliare le possibilità di tenitura dei film italiani. Che invece – anche quelli “di qualità” – escono a ritmo continuo nei mesi “forti”, schiacciandosi a vicenda e rinunciando in partenza a lavorare sulle teniture e così usufruire del passaparola; ormai ridotto, ma ancora importante. Infatti non c’è solo il genere comico e di commedia, ricca miniera d’oro su cui giustamente tutti si fiondano. Ma abbiamo anche ottimi autori: possibile che ci si rassegni al declino di tale “filone”, come si teorizza sempre più spesso, riducendo a eccezioni i vari Moretti e Sorrentino? This Must Be the Place dimostra che il pubblico può accettare proposte più difficili: certo, c’era Sean Penn, ma c’è stato anche il coraggio di proporsi a una star e di mettere in piedi un film internazionale; molto costoso, e i bilanci si faranno a sfruttamenti esteri conclusi. Ma quanti film possono sperare di avere tale circolazione fuori dai confini? Perché rinunciare a priori a pensare in grande, su scala non solo nazionale, grazie ai nostri talenti? Recuperando qualche percentuale di incassi almeno in Europa, per cominciare, i nostri film avrebbero maggiori chance di creare un volano positivo per tutto il settore. Oggi che la produzione è tornata vivace, grazie anche a tanti produttori creativi, occorre crescere ancora. Per rafforzare il mercato in Italia, sostenendo così anche un esercizio in crisi di redditività. E per garantirsi così un futuro.

Commenti

Come lei saprà...

per diversi anni c'è chi si è illuso che sarebbero bastati i due cinepanettoni rancidi a sistemare tutta una stagione. Due soli film per un'intera industria. Un intero anno. Tra l'altro sono film che non hanno seguito in videoteca perché pochi li noleggiano e nessuno li compra in dvd (a meno di dar retta alle cifre ampiamente falsificate delle varie distribuzioni). Questo è il risultato.
Roberto D'Armini, Roma.

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Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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