«Film divertente, ma preoccupante. Perché somiglia ad altri divertenti film italiani: scene spassose interpretate da bravi attori». Lo ha scritto sul suo blog Beppe Severgnini, il giornalista del Corriere della Sera che, da alcuni anni, si è preso il compito di raccontare l’Italia al pubblico che vive all’estero. Parlava di Verdone ma pensava al sistema. «I film italiani di successo sono affreschi. Anzi: pasti preparati con un ricettario» e con alcuni ingredienti obbligatori, ha spiegato Severgnini. Qualche fondoschiena, un personaggio anziano e uno giovane, uno simpatico e uno no, eccetera. Ma, ha aggiunto, «una trama vera non c’è». E ha commentato, «forse ci perdiamo qualcosa». Il nuovo, ennesimo, attacco al nostro cinema però non provoca stupore. «Non sono un critico: solo uno spettatore», ha detto Severgnini. La sua analisi infatti fa il verso alle banali dichiarazioni apodittiche che si leggono su Facebook: «Non vado mai a vedere il cinema italiano». «Sono film tutti uguali». «Risate alla romana, e basta». E via così. Ciò che sorprende veramente, invece, è il silenzio assordante che ha accompagnato il suo articolo. Sembra che nessuno lo abbia notato. Sicuramente nessuno lo ha commentato. Una ben strana reazione. Severgnini è uno dei giornalisti italiani più letti fuori dall’Italia. Il presidente dell’Anica, Riccardo Tozzi, per esempio, avrebbe potuto dire qualcosa. Ne avrebbe più di un motivo. La sua Cattleya sta producendo un film tratto da Educazione siberiana, il romanzo del russo Nicolai Lilin. Tozzi ha anche prodotto un film come ACAB sulla massacrante quotidianità dei celerini. Non proprio le “due camere e cucina” di cui ha parlato Severgnini. Avrebbe potuto protestare, per esempio, anche Roberto Cicutto, amministratore delegato di Luce-Cinecittà. Insieme con Luciano Sovena ha prodotto, fra i tanti, un film sulla situazione degli immigrati a Castelvolturno: Là-bas di Guido Lombardi. Un bell’esempio di cinema impegnato. Fra i documentari, tutti bellissimi, ci sono (e cito a casaccio): Tahrir di Stefano Savona, immagini da vertigine interamente realizzate al di dentro del cordone di sicurezza della piazza egiziana, durante i giorni e le notti della primavera araba; Lasciando la Baia del Re di Claudia Cipriani, un ritratto, laico, modernissimo e molto commovente, di uno dei quartieri senza speranza di Milano, Stadera. In Lombardia è stato girato anche Pitts di Paolo Boriani, la storia rigorosa e poetica di un uomo che si costruì nel garage un aereo acrobatico, partecipò a mille tornei e, alla fine, volò con le Frecce Tricolori. L’elenco è infinito (non ho citato neanche il potente Cesare deve morire dei Taviani) ma già con questi pochi titoli si capisce una cosa. C’è vita nel cinema italiano. Verrebbe da ricordarlo a Severgnini. C’è molta più vita di quanta ne abbia percepita lui. Ogni produttore italiano riceve, in un anno, circa 400 sceneggiature da leggere. Ne può produrre però solo una decina. Si cerca aiuto e sostegno per aumentarne il numero. Nell’interesse di tutto il pubblico. Sarebbe carino e gentile quindi, per le decine di migliaia di persone che vi lavorano, che Severgnini, la prossima volta, si preoccupasse di dar conto anche dell’altra faccia del nostro cinema. È un buon momento per il cinema italiano. Non sprechiamolo con le banalità. Grazie.
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