Quando la TV penalizza il cinema

Tra i vari problemi che il 2012 presenta alle riflessioni degli operatori, ci sono gli scenari che riguardano i principali gruppi nazionali di produzione e distribuzione. Per motivi diversi, Medusa e Rai Cinema si trovano ad affrontare seri problemi di budget, che ne condizionano l’attività. Come emerge da un giro di interventi tra i buyer che trovate in un articolo di questo numero, è il settore delle acquisizioni quello in cui le due case cinematografiche si sono al momento fermate: e dopo l’Afm di Los Angeles, è probabile che anche all’European Film Market di Berlino le due società rimarranno alla finestra. Le conseguenze, se la situazione si protrarrà, sono molteplici: dall’apertura di spazi per le società indipendenti (un aspetto sicuramente positivo) attive da tempo o anche emergenti o nuove, a connotare un certo fermento che mancava da anni, a una serie di effetti a catena nel mercato della produzione internazionale che su Medusa e Rai Cinema e sulla loro capacità acquisitiva faceva affidamento. Certe produzioni importanti, e costose, degli ultimi anni – citiamo alcuni film di Martin Scorsese, da The Departed a Shutter Island all’ultimo Hugo Cabret – saranno facilmente riassorbibili da altre aziende italiane? I relativi prezzi scenderanno? O saranno produttivamente sempre meno indipendenti e quindi sempre più attirabili nell’orbita delle major a Hollywood? Ma le major certi rischi non li possono o vogliono correre: vien da pensare che alcuni progetti sarà sempre più difficile metterli in piedi.
Ma Medusa e Rai Cinema stanno traducendo determinati problemi aziendali in una decisa cautela anche sul piano nazionale, che pure dovrebbe compensare nei loro piani e listini le mancate acquisizioni; o meglio, possono comprare meno anche perché il cinema italiano – per fortuna – nelle ultime stagioni ha realizzato numeri decisamente importanti. Però anche qui, il rischio è che si investa sempre più su produzioni sicure, su sequel e filoni già consolidati, che se percorsi in maniera ripetitiva, rischiano di inaridirsi. L’investimento in giovani autori e in progetti meno sicuri, tipico di un’industria che voglia assicurarsi il futuro e non solo vivere il momento presente, potrebbero essere pregiudicati. Senza contare che le case di produzione che hanno lavorato con le due “major italiane” sono cresciute grazie alla loro sponda: sarà più difficile che emergano non solo talenti creativi ma anche produttivi come nell’ultimo decennio.
Tutto questo insieme di fattori rischia di compromettere la crescita evidente del nostro mercato, che solo nel 2010 ha segnato un record che mancava da quasi 25 anni e che ha un cinema nazionale che in Europa ci invidiano tutti (francesi a parte). Le cause della situazione sono molteplici: a parte, ovviamente, la crisi finanziaria che si ripercuote su tutti i livelli della vita economica del Paese – ma che non può bloccare lo sviluppo – ci sono motivazioni specifiche, dalla sofferenza del mercato pubblicitario ed editoriale per Mediaset e le sue consociate (che scontano anche la sentenza sul lodo Mondadori) alla crisi Rai con bilanci in rosso, e relativo risanamento obbligato, dovuti all’evasione del canone e a gestioni condizionate dalla politica. La potenziale sofferenza delle due case cinematografiche nazionali, che oltre tutto vengono da annate in cui hanno stabilito risultati record, ha dunque origine nei due broadcaster televisivi. Pur nel prendere atto con realismo di problemi oggettivi e seri, c’è da sperare che si tenga in considerazione la strategicità dell’investimento nell’industria cinematografica e audiovisiva. Anche perché sarebbe curioso deprimere segmenti e aziende che funzionano più che bene. In genere si dice che un dottore deve evitare di ammazzare un malato con una cura troppo pesante. Figuriamoci un paziente che, in realtà, malato non è.

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Antonio Autieri


Antonio Autieri, nato a Milano il 12 gennaio 1969 (sposato, due figli: Francesco e Luigi), è direttore del periodico di cinema Box Office dal primo numero del giornale (gennaio 1997). In precedenza si era occupato di cinema e di home video su varie testate di settore (Trade Home Entertainment) o per il pubblico (Video News, One). Il cinema è il suo mestiere e, come per tutti quelli che se ne occupano, la sua passione. Che si è evoluta e “allargata” nel tempo: dai film di (vario) genere degli anni dell’infanzia e della preadolescenza, visti per lo più in televisione (animazione ma anche western, gialli di Hitchcock o tratti dai romanzi di Agata Christie, perfino horror – adesso non più… - e gli amati comici di Totò) è passato per la scoperta al cinema negli anni del liceo, dei grandi autori: Bergman, Kurosawa, Tarkovski, Wajda, Zanussi… E se i cineclub ormai scomparivano, tv e videocassette permettevano di approfondire conoscenze e passioni contemporanee (Allen, Scorsese, Moretti) e del passato (De Sica, Fellini, Leone) per arrivare poi con gli anni dell’università e delle prime esperienze lavorative a “consumare” di tutto, grazie anche a festival e anteprime stampa. Scoprendo così che un buon prodotto “industriale”, talvolta, è meglio del film d’autore pretenzioso o mal riuscito. E soprattutto che un film visto al cinema non ha paragoni. Come il figlio più grande (Francesco, 5 anni) ha già avuto modo di imparare. I suoi film preferiti: Le notti di Cabiria, C’era una volta in America, Broadway Danny Rose e Manhattan.


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