Editoriale Televisione

Rivista Abitare il bagno

Che fine ha fatto l’orizzonte CREATIVO europeo?

La vera sfida per l’industria audiovisiva è quella creativa.

Assodato che le sfide tecnologiche sotto il profilo distributivo siano abbastanza superate, quel che rimane da affrontare quotidianamente è quella creativa. Una sfida che, per sua natura, non potrà essere risolta una volta per tutte perché di fatto è come l’orizzonte: si sposta più in là man mano che ci si avvicina. Eppure, costituisce un confronto costante, obbligato e vitale, e di cui lo sciopero di sceneggiatori e attori in atto da mesi in quel di Hollywood è solo la punta più eclatante. Ma certamente non l’unica, e di sicuro non quella che – se risolta – appianerà ogni imperfezione. Perché lo dicono ormai a gran voce le menti più brillanti di questo mercato: per sopravanzare la minaccia (od opportunità?) dell’intelligenza artificiale e riconquistare il pubblico perduto bisogna fare quello che l’AI non è programmata per sua natura a fare: ovvero rischiare.

L’azzardo e il pericolo non sono contemplati dalle macchine, che devono seguire e perseguire tragitti precostituiti, mentre solo i creativi umani includono l’idea dell’errore e del fallimento, così come della possibile redenzione. Tuttavia, quella del perenne inseguimento dell’orizzonte creativo, sembra una sfida di cui sembra avere preso piena consapevolezza solo l’industria audiovisiva coreana, mentre in Europa si fa ancora fatica a farsene carico. Con una Spagna in pressing, una Francia auto-contemplativa, un Regno Unito che tenta il recupero dopo lo shock della Brexit, una Germania in cerca di identità, e un’Italia caratterizzata da discontinuità e da una chiara fase discendente. Si sente la mancanza di un progetto univoco, chiaramente nazionale e allo stesso tempo saldamente europeo.

È palese l’assenza di una strategia in grado di competere per guadagnare posizioni nell’immaginario collettivo, soprattutto ora che sulla quantità di ore prodotte prenderà sempre più il sopravvento la qualità delle produzioni e il sistema industriale (ed economico) di cui sono espressione. Interrogarsi su tali priorità non è solo una questione sindacale, come avviene oggi negli Usa, bensì strutturale, di cui il Vecchio Continente fatica – chissà perché – ancora a farsi carico.